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Gaspare Landi (o Antonio Canova) "Amore e Psiche", (1794-96 circa) Fondazione Musei Civici di Venezia, Museo Correr

Gaspare Landi (o Antonio Canova) “Amore e Psiche”, (1794-96 circa) Fondazione
Musei Civici di Venezia, Museo Correr

 

Pierre-Paul Prud’hon, L'Enlèvement de Psyché, 1808, Musée du Louvre.

Pierre-Paul Prud’hon, “L’Enlèvement de Psyché”, 1808, Musée du Louvre.

“V’erano in una città un re e una regina che avevano tre belle figlie. Le due maggiori erano, sì, attraenti, sempre però tali che la loro avvenenza poteva esser, verosimilmente, celebrata con lodi adeguate all’umano vocabolario; invece la bellezza della più giovane era così originale, così straordinaria, che lingua umana non avrebbe potuto trovar parole per esprimerla, nonché lodarla a sufficienza.”(1)

Le buone notizie, come si sa, corrono in fretta, sicché Psiche (questo era il nome della bellissima fanciulla) cominciò a ricevere onori divini al posto di Afrodite (Venere).
La dea, indignata per l’usurpazione decise, per questo, di punirla. Ordinò allora a suo figlio Eros (Cupido) di far sì che la fanciulla si innamorasse di un Mostro. Ma quando Eros la vide si accese d’amore per lei e dovette disobbedire all’ordine della madre.
Chiese allora ad Apollo di far sì che il re, padre di Psiche, attenendosi al suo oracolo, abbandonasse la ragazza, vestita del suo abito nuziale, sul picco d’una montagna solitaria.
Il re obbedì e, a malincuore, si avviò con un corteo di gente verso la roccia destinata a Psiche: per la fanciulla, sola in cima alla rupe, ormai sembrava non esservi più nessuna speranza.
Ma improvvisamente, Zefiro, col suo dolce soffio cominciò a spostarla dalla cima, facendola scivolare piano piano per il pendio roccioso. Spinta dal soffio del vento Psiche giunse in una valle fiorita dove si addormentò.
Al suo risveglio, con stupore, vide un bellissimo palazzo e decise di entrarvi.
Accolta da esseri invisibili, dopo essersi rifocillata, andò a dormire.
Protetto dall’oscurità Eros la raggiunse nel suo letto e le rivelò di essere il suo sposo; ma prima dell’alba, in gran fretta se ne andò.
Le cose andarono in questo modo per un po’ di tempo…
Psiche, frattanto, si era innamorata perdutamente di Eros, o meglio del suo sposo invisibile. Ma si sentiva tremendamente sola, perché durante il giorno non vedeva mai nessuno. Chiese allora al marito il permesso di vedere le sue sorelle. Egli acconsentì, ma l’avvisò di non prestare ascolto alle domande che avrebbero fatto circa la sua identità.
Psiche avrebbe infatti potuto vivere la più felice delle vite se non si fosse mai lasciata tentare dalla curiosità di scoprire il volto del suo sposo.
Il vento Zefiro portò, per volere di Eros, le sorelle di Psiche a palazzo ed esse, alla vista di tutto quello splendore, provarono una grande invidia. Durante una seconda visita, avendo scoperto che la sorella non aveva mai visto in volto il suo sposo, cominciarono a spaventarla al punto da indurla a disobbedire ad Eros. Quale creatura orribile si congiungeva con lei? E quale frutto sarebbe nato, di lì a poco, da quell’unione?

"Psyché regardant l'Amour endormi", Claude Mellan/Simon Vouet ,1625, Nancy ; Musée des beaux-arts

“Psyché regardant l’Amour endormi”, Claude Mellan/Simon Vouet, 1625, Nancy, Musée des beaux-arts.

Così, una notte, l’infelice fanciulla decise di soddisfare la sua curiosità e di mettere fine ai suoi tormenti.  Recandosi a letto, portò con sé una lucerna e uno stiletto, pronta a far luce sul talamo nuziale…
Da quel momento, Psiche, disperata, vagò sulla terra in ansiosa ricerca d’Amore…
La favola naturalmente non termina qui. Per riconquistare l’amore di Eros e placare l’ira di Afrodite, Psiche fu costretta ad eseguire quattro imprese impossibili.
Ma la fortuna, si sa, aiuta l’audace, sicchè anche in questo caso il lieto fine è assicurato.
Dopo numerose difficoltà e un po’ di tempo Psiche riabbraccia il suo sposo e il matrimonio viene celebrato dagli dei. (2)

Dall’unione dei due nasce Voluttà.

Un’ampia narrazione del mito, per bocca dello stesso Amore-Cupido, è contenuta nel IV libro dell’Adone di Giovan Battista Marino, che si conclude con la nascita di un figlio, Diletto, anziché di una figlia.

Giovanni Pascoli, in uno dei “Poemi Conviviali”, intitolato Psyche, partendo da Apuleio, ne modifica la “fabula”, amplificando il dramma interiore di Psiche a contatto con l’ignoto, presa nel queto vortice del nulla. L’amore perduto si rivela negli oscuri recessi dell’anima, quando non si è più in grado di controllare razionalmente gli avvenimenti. Il dolore di Psiche è ravvisabile in quel senso di smarrimento che nasce da sentimenti contrastanti, nel panico che si fa strada al confine tra la vita e la morte. Centrale, in questa rappresentazione “decadente”, la figura di Pan multiforme, il dio greco sul quale convergono sia l’abbandono orgiastico, sia il terrore, l’oscurità, gli Inferi.

Se è Psiche talora a focalizzare l’attenzione dell’autore, è Eros, altrove, il protagonista: Nella parte conclusiva delle prove “iniziatiche” di Psiche, l’incauta fanciulla osa addentrarsi in un sonno simile alla morte, dal quale potrà riemergere solo per intervento divino…Quando Psiche giunge al termine del suo percorso, Amore diviene il motore dell’azione, rianimando la sua sposa e realizzando un’unione completa, intesa come “facoltà” reciproca di muoversi e di sentire, attraverso un unico paio d’ali…

Antonio Canova, "Amore e Psiche" giacenti, 1787-93, Museo del Louvre

Antonio Canova, “Amore e Psiche” giacenti, 1787-93, Museo del Louvre, Parigi.

Il gruppo, oggi conservato al Louvre, appartiene alle allegorie mitologiche della produzione canoviana. Una seconda versione si trova al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Anticipato da disegni e bozzetti di terracotta, il soggetto è tratto dalla fabula di Apuleio, e rappresenta i due sposi che cedono ad un languido abbandono, in procinto di baciarsi. Psiche, semidistesa, rivolge il viso e le braccia verso l’alto, mentre Amore ne avvolge il corpo. L’intreccio sinergico delle due figure, come pure l’armonia fusionale dello sguardo reciproco, sottolineano il desiderio che travalica l’attimo presente, per inscriversi in una dimensione eterna…

 

 

Elaborazione fotografica dell'opera scultorea di A. Canova "Amore e Psiche" (particolare), 1788, Museo del Louvre, Parigi

Elaborazione fotografica dell’opera scultorea di A. Canova “Amore e Psiche” (particolare), 1787-93,
Museo del Louvre, Parigi.

Amore può essere definito il nucleo attivatore di Psiche, perché non vi è conoscenza dell’anima se non vi è la possibilità di entrare in relazione con un altro essere. Amore e Psiche si oppongono e si attraggono, e la vita stessa si fonda su questo ri-conoscersi attraverso l’altro. Se Amore non vede, interviene Psiche, come “necessità” vitale. Amare al buio è una condizione in cui l’altro viene asservito ai propri bisogni infantili, al di fuori di una feconda relazione intersoggettiva. Questa è la dimensione affettiva che si separa dalla percezione del Tempo: l’amore sincero è espressione del dispiegarsi del giusto senso al tempo giusto, mentre ogni deviazione da questa armonia ‘naturale’ ne altera sin dal principio le fondamenta. Generalmente il desiderio guida l’azione e l’altro diviene una fonte di benessere che sembra avere possibilità inesauribili. Se avvolto nell’inconscietà, il tendere verso l’altro è solo un varco nel buio che rinforza il proprio nucleo narcisistico, tenendo lontano il “rischio” del cambiamento. Chiunque si muova in una dimensione ‘protetta’ non entra mai veramente nel flusso della vita, coltiva semmai l’illusoria speranza di poter gestire o ‘eternizzare’ l’amore, non vivendolo fino in fondo. In molti casi, è la presa ‘tirannica’ della madre che impedisce all’uomo di consegnarsi alla vita, di crescere e stabilire un rapporto maturo con una donna. In quest’ottica, Psiche è il movimento che si oppone all’inerzia, il carattere trasformatore del femminile (E. Neumann) che osa far luce sulle dinamiche affettive, rianimandole. Vivere in modo ‘solipsistico’ significa conoscere l’altro in modo illusorio, plasmare la sua immagine secondo i propri bisogni, e seguendo i propri ritmi. Ma l’altro che si incontra su un piano di autenticità, se da un lato rappresenta una minaccia per i vecchi equilibri, dall’altro consente il recupero della forza necessaria a ricreare la propria vita. La vicenda amorosa di Psiche ci parla dell’eroico tentativo di affrontare l’ignoto, che è insieme catastrofe e rivelazione, morte e rinascita, ma ci ricorda soprattutto che ogni relazione è un’occasione di straordinaria espansione e unione con l’altro, e, al tempo stesso, di radicale conoscenza e autoconoscenza.

 

Apuleio, nella fabula di Amore e Psiche dà vita al primo prototipo di “Bestia” dell’Occidente e inaugura, per certi versi, la tradizione favolistica che pone, al centro della narrazione, un’eroina, costretta a misurarsi con delle prove per poter incontrare il suo sposo al di là dell’apparenza, e poter infine coronare il suo sogno d’Amore. La vicenda di Eros e Psiche contiene un Mito universale, riscontrabile anche ne La Belle et la Bête di Mme Leprince de Beaumont (che si rifà al racconto L’histoire de la Belle et la Bête di Gabrielle-Susanne de Villeneuve). Il concetto di virtù, inteso come “la force avec la quelle l’homme tend au bien” è il tema dominante della fiaba, e implica, per l’eroina, la capacità di sopportare la sofferenza, di guardare oltre l’aspetto “bestiale” del marito e di riconoscere in lui il principe “oscurato” da un maleficio. Il contenuto: Matrimonio di una fanciulla con un Mostro (presunto o reale); Convivenza dei due vincolata alla stretta osservanza di un divieto che puntualmente la giovane infrange; Successiva separazione degli sposi; Ricerca dello sposo da parte della sposa; Finale ricongiungimento dei due in seguito al superamento di diverse prove e difficoltà.

Nemo potest personam diu ferre (3)

Elaborazione fotografica della tavoladi "Venere e Amore" (particolare) di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (1503-1577), Galleria Colonna, Roma.

Elaborazione fotografica della tavola
di “Venere e Amore” (particolare) di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (1503-1577), Galleria Colonna, Roma.

Quali e quanti volti può assumere Amore? L’arte, da sempre, cerca di rispondere a questo interrogativo…

Che si tratti di un volto sconosciuto o di una porta chiusa, non possiamo non riconoscere, anche nel cinema, il tentativo di rappresentare la personalità che si dibatte tra tendenze opposte, l’identità costretta a negoziare i propri confini con l’alterità. Naturalmente, il discorso si fa più interessante in presenza di un particolare linguaggio espressivo…Non è forse il dramma di Psiche che si ripete, nell’appassionata ed incessante ricerca della verità da parte di Celia (Fritz Lang, Dietro la porta chiusa) della seconda signora de Winter o di Lina (Alfred Hitchcock, Rebecca, la prima moglie e Il sospetto) tutte costrette ad amare sul filo del terrore? Come Lang, Hitchcock allude alla minaccia che si cela dietro ogni apparenza rassicurante, quell’enigmatica presenza che nasce da una zona psichica oscura e inconfessabile. Laddove s’insinua l’ombra del dubbio, nasce l’ambivalenza, e prende corpo il bisogno di infrangere un divieto…Il doppio volto è il riflesso di un’identità che vacilla a contatto con l’altro…Psiche è nella percezione di estraneità dal rapporto e nell’atmosfera opprimente che sembrano schiacciare la protagonista di ciascun film. La seconda signora de Winter deve misurarsi con i suoi sentimenti di inadeguatezza, amplificati dalle omissioni verbali del marito, mentre Lina McLaidlaw Aysgarth, smarrita ogni certezza, nutre il sospetto di aver sposato un potenziale, temibile assassino. Come le altre due donne, Celia, abbagliata da ciò che sembra recare una promessa di felicità, segue d’istinto Amore, nel suo palazzo incantato, ma, in un secondo momento è costretta ad abbandonare quella realtà per poter aprire una porta segreta e gettar luce su uno sposo ambiguamente elusivo. Felix culpa? Dietro la porta chiusa, o nel passato, quindi oltre l’apparenza dello sposo, c’è un universo proibito, qualcosa che attrae e spaventa, perfettamente in linea col motivo fiabesco-metaforico di Psiche e Amore, ulteriormente sviluppato da Perrault, nella fiaba Barbablù. Al di là delle inevitabili variazioni sul tema, che hanno tutte un comune denominatore, la sposa obbedisce ad un “mandato” interiore, che la induce a calarsi nell’universo misterioso e vietato, probabilmente per misurarsi con l’alterità. L’occasione per mettere alla prova se stessi, varcare i propri confini identitari, è sempre l’innamoramento, che conduce inevitabilmente, inconsapevolmente, all’interno di un meraviglioso castello, pieno d’incantesimi, ma anche di insidie, fantasmi. Alle nostre eroine, ce lo ricorda il cinema, occorrerà molto amore, molto coraggio e maturità affettiva, per sconfiggere il male, e, alla fine, liberare se stesse. Dietro il volto di un marito silente, indifferente o distante c’è un essere che non ha parole adeguate per esprimere il proprio dolore, o un falso che costringe l’individuo ad identificarsi con una maschera e a mettere in scena comportamenti “ambigui”. In molti casi, il lato migliore di un uomo può emergere solo dal contatto con un particolare tipo di donna, al cospetto della quale egli prova un senso di incredibile pienezza: Ne La Belle et la Bête di Jean Cocteau, che può essere considerato il primo vero adattamento cinematografico dell’omonima fiaba di Mme Leprince de Beaumont (1757) la Bestia si trasforma sotto lo sguardo amoroso di Belle, quasi a ricordarci che l’amore è una forza interiore in grado di trasfigurare il volto dell’altro, di rompere il maleficio che fa di ogni essere una creatura anomala, se avvolta in una solitudine disperata. Consegnarsi al “mostro”, in termini relazionali, significa andare oltre l’apparenza, accettare l’altro con i propri “limiti”, ma anche accogliere le proprie contraddizioni, integrare i propri aspetti “Ombra”. Non a caso, uno degli oggetti magici di cui Belle dispone, è uno specchio che sembra essere funzionale non all’autocontemplazione, “narcisisticamente” intesa, ma ad accogliere l’altro da sé. Amare l’altro/a significa rischiare, disfarsi di ciò che ritarda il proprio percorso evolutivo, per entrare in un regno sconosciuto, con responsabilità e coraggio, e in tempo per neutralizzare gli effetti di un particolare “maleficio”. Nelle fiabe, l’eroe o l’eroina devono distanziarsi dall’ambito familiare, sciogliere il complesso paterno o materno e superare una serie di prove per poter (infine) accedere ad una relazione matura. Belle rischia di arrivare troppo tardi per salvare il Mostro, e lo stesso dicasi di Amore, quando accorre, per ridestare dal sonno di morte, la sua Psiche…

Non vo’ più soferenza,
né dimorare oimai
senza madonna, di cui moro stando;
c’Amor mi move ’ntenza
e dicemi: «che·ffai?
la tua donna si muor di te aspettando».
Questo detto mi lanza,
e fammi trangosciare
sì lo core, moraggio
se più faccio tardanza:
tosto farò reo stare
di lei e di me dannaggio.

Jacopo da Lentini, Rime, VIII, Troppo son dimorato.

 

 

Note:

[1] Apuleio, “Le Metamorfosi”, Libro IV, pag.265, Rizzoli, Milano, 1989

[2] Marialuisa Vallino, sintesi della mitofiaba di “Amore e Psiche”, pubblicata per la prima volta in: “Giornale storico di Psicologia Dinamica”, n.56, ottobre 2004, Di Renzo ed., Roma

[3] La frase è del filosofo Lucio Anneo Seneca