Condividi
Locandina

Locandina

Regia: Jane Campion
Sceneggiatura: Jane Campion
Prodotto da: Jan Chapman, Caroline Hewitt
Produttori esecutivi: F. Ivernel, C. McCracken, C. Langan, D. M. Thompson
Direttore della fotografia: Greig Fraser
Costumi e scenografia: Janet Patterson
Montaggio: Alexandre de Franceschi A.S.E.
Musiche: Mark Bradshaw
Durata: 119 minuti
Gran Bretagna, Australia, Francia 2009

PERSONAGGI E INTERPRETI
Fanny Brawne: Abbie Cornish
John Keats: Ben Whishaw

Mr. Brown: Paul Schneider
Mrs. Brawne: Kerry Fox
Toots: Edie Martin
Samuel: Thomas Brodie-Sangster
Maria Dilke: Claudie Blakley
Charles Dilke: Gerard Monaco
Abigail: Antonia Campbell-Hughes
Reynolds: Samuel Roukin

Non sono certo di nulla tranne che della santità degli affetti del cuore, e della verità dell’immaginazione. Quel che l’immaginazione percepisce come bellezza deve essere vero – sia o no esistito prima – poiché secondo me tutte le nostre passioni sono come l’amore: tutte, se intensamente sublimi, sono creatrici di bellezza pura. – John Keats -

Classe 1954, Jane Campion è neozelandese ed è l’unica donna ad aver vinto il festival di Cannes, con Lezioni di piano; l’anno scorso si è ripresentata sulla Croisette con Bright Star, film dedicato alla storia d’amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne, la fulgida stella del titolo: una storia sulla quale non mancano libri e testimonianze, ma a una sola voce, quella di Keats, che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conservò a lungo. Jane Campion, scrivendo il film, ha rovesciato il punto di vista e ha inventato una seconda voce che, almeno per iscritto, non ci è giunta: quella di Fanny. Il film, infatti, non è la storia di John Keats: è la storia di come Fanny Brawne si accende d’amore per John Keats e la sua poesia.
Di certo non siamo di fronte alla solita storiella romantica sulla fanciulla sognatrice infatuata del poeta: il punto di vista femminile è ciò che salva Bright Star dalla convenzione del film in costume sull’Inghilterra dell’Ottocento, un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi lavori buoni e molti oleografici. La stessa Campion ci aveva provato nel 1996 con Ritratto di signora, ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l’aveva forse bloccata. Qui, invece, liberandosi dall’ingombro della trama, ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un sapiente uso della parola scritta può suscitare nei lettori: un tema romantico, certo, ma anche reale e appassionato.
La regista neozelandese s’immerge negli ultimi tre anni della breve vita di Keats, cercando di ritagliarsi un tempo cinematografico particolare, denso di risonanze segrete, scandito dai sottili sottintesi o dai repentini slanci e illuminato dai bagliori di una felicità chiaramente impossibile. C’è tutto e il contrario di tutto, insomma, nella storia della relazione che nasce tra il ragazzo figlio dello stalliere, malato di letteratura e di tisi, e la sua musa di buona famiglia, pionieristica creatrice di moda, anticonformistica padrona dei propri sentimenti. Ma Bright Star è anche il confronto fra due creatività, perché Fanny è una stilista del suo tempo – Inghilterra, primo Ottocento – e adora inventare cappellini e vestiti. Non a caso il film si apre con un’immagine che forse solo l’occhio di una donna regista poteva concepire: il primissimo piano di un ago che penetra una stoffa bianca, e finisce con un’immagine speculare, un altro ago che cuce una stoffa nera. Fra i due aghi passano anni e irrompe la morte, perché John Keats muore a Roma, a soli 26 anni, il 23 febbraio del 1821. Fanny gli sopravvive portando per tre anni il lutto, come una vedova, pur non essendo i due sposati.
Il film può apparire a tratti freddo, ma è evidente come la Campion cerchi di schivare accuratamente il manierismo: la classe stilistica va di conseguenza rinvenuta nei dettagli, nel simbolismo ossessivo del ricamo e soprattutto degli abiti che Fanny crea e poi indossa, comunicando idealmente con i versi del poeta. Alla buona riuscita concorre, assieme all’intonata fotografia impressionistica di Greig Fraser, la scelta dei protagonisti, Abbie Cornish e Ben Whishaw, senza dimenticare Kerry Fox che nel 1990 era la sensuale Janet Frame di Un angelo alla mia tavola e ora, venti anni dopo, ha l’età giusta per interpretare la madre di Fanny. La sua presenza conferma, oggi, come in passato, un ulteriore legame emotivo tra l’universo della poesia e il cinema della regista neozelandese.
La bellezza del film sta nelle ambientazioni, in miracoloso equilibrio fra precisione storica e forza metaforica. Nella semplicità (apparente) con cui ogni impennata verso il sublime è riportata a terra da un dettaglio insieme poetico e materiale. E naturalmente nell’estrema accuratezza con cui sono tratteggiati insieme epoca e personaggi, dal primo all’ultimo. Ma la bellezza del film sta soprattutto nell’estensione archetipica e aprioristica della morte e dell’amore. Il pathos in questo ambito esprime un valore che va oltre la sfera personale, umana, e apre inaspettatamente un varco verso la profondità, verso il mondo dell’Anima, l’archetipo mercuriale della vita. Eros rappresenta pertanto solo uno dei poli che costellano la storia d’amore tra Fanny e John, ed è attivato in principio da una condizione di “verginità” psichica della giovane fanciulla, quel territorio che già il poeta aveva personalmente esplorato. L’arte di Keats è la trama su cui la Brawne può intessere il filo della propria vita interiore e quindi riconoscere in sé la verità e la bellezza dell’anima. In quest’ottica la poesia e la personalità di John Keats aprono un passaggio nella vita di Fanny Brawne, conferendo ulteriore spessore alla dimensione creativa della donna, solo apparentemente superficiale. L’ossessione per i vestiti o il ricamo esprime infatti la ricerca simbolica, da parte di Fanny, di un particolare modo di “fare anima”. L’espressione: “il mondo è il luogo, la valle, del fare-anima” viene, come è noto, da Keats, ed è stato il poeta a dire che “Bellezza è Verità”. Hillman, riprendendo Keats, ha sottolineato l’importanza di accostarsi alla realtà psichica con una sensibilità estetica più che con una comprensione cognitiva, riferendosi non all’estetica dell’ornamento, ma all’aisthesis dell’attenzione animata e immaginativa. In greco la parola kosmos esprimeva originariamente un’idea estetica e politeistica: indicava la giusta collocazione delle cose e veniva adoperata soprattutto in riferimento agli ornamenti femminili. Gli Stoici usavano kosmos per l’anima mundi.
Per la Campion, Fanny Brawne, stella del firmamento interiore di Keats, musa ispiratrice, sembra essere l’incarnazione della bellezza visibile dell’anima, un’anima che è soprattutto “anima mundi”, secondo la tradizione filosofica inaugurata da Plotino. Il poeta e i suoi versi fanno da eco al multiforme universo psichico della Brawne, rappresentato nel film attraverso la geniale intuizione visiva della camera brulicante di farfalle. Al pari dell’anima, la farfalla è al tempo stesso allegoria e simbolo della psiche e realizza delle metamorfosi, passando da una forma all’altra. La vita di Keats, soprattutto nella sua contiguità con l’amore e con la morte sembra riflettere lo stesso percorso metamorfico della realtà interiore: In una lettera all’amata Fanny, il poeta scrive:- “Ci sono due cose a cui penso con voluttà nelle mie passeggiate, la tua bellezza e l’ora della mia morte. Oh, se potessi possederti e nello stesso tempo morire! Odio il Mondo. Frusta troppo le ali della mia volontà. Berrei volentieri un dolce veleno dalle tue labbra per abbandonarlo, il mondo!” (2).
In tutte le manifestazioni della bellezza eterna il poeta trova una sorgente di dolore: nelle instabili immagini del bello, nella gioia appena posseduta, che gli sfugge. Accanto al piacere, per Keats, dimora la malinconia: Così è per chiunque senta intensamente…
Conoscersi allora significa andare oltre l’immagine del proprio volto diurno, significa attingere agli aspetti inconsci di sé, alla realtà immaginale e in questa segreta simmetria interiore ciascun amante ritrova nell’altro parte della propria essenza.
Come scrive Keats, nella sua Ode all’urna greca, “la bellezza è verità e la verità è bellezza. E’ tutto quello che sappiamo su questa terra e tutto quello che abbiamo bisogno di sapere.”

Marialuisa Vallino, Alfonso Marrese (Critico e studioso di cinema)

Note:
1. da “Lettera a Benjamin Bailey”, 22 novembre 1817, in: John Keats, “Il sogno di Adamo. Lettere scelte 1817-1820”, a cura di Anna Foch, Oscar Classici, Mondadori, 2001.
2. Shanklin, 25-07-1819, Lettera a Fanny, riportata da Elido Fazi, in “Bright star, La vita autentica di John Keats”, Fazi ed., 2010.