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Locandina

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Bari, Aula Aldo Moro, 20 gennaio 2006, Convegno organizzato da Diritto & Famiglia Network e patrocinato dalla commissione Minori e famiglia del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bari.

Relazione: “Dalla crisi di coppia alla crisi dei figli: dinamiche conflittuali.”

Crisi deriva etimologicamente da un termine greco, Krísis (da kríno = io giudico) che significa scelta, giudizio, separazione. Nella sua accezione psicologica la crisi descrive una situazione d’incertezza che prelude a radicali trasformazioni. Così, per esempio, si parla di “crisi d’identità”, per alludere a un sistema di valori identitari che improvvisamente cessano di essere significativi per un individuo in una determinata fase della sua esistenza.

Quello che si verifica in una situazione di crisi è la frattura tra desiderio e realtà, tra senso e progetto. Quando la verità del senso, del progetto e dell’agire non trovano più corrispondenza all’interno del rapporto coniugale, ci troviamo all’interno di una crisi che investe sia l’individualità che l’alterità, mettendo in discussione il modello fusionale ed eterno del matrimonio.

La dinamica psicologica che sostiene l’unione simbiotica all’interno della coppia è la proiezione, vale a dire la necessità di vivere attraverso il partner i propri contenuti psichici inconsci. Ogni volta che un uomo e una donna entrano in contatto emergono più o meno inconsapevolmente, aspetti che orientano il rapporto nei termini di un’attrazione o al contrario di un rifiuto. Non a caso nella mitologia Eros viene rappresentato armato di arco e frecce di opposto effetto: Secondo Ovidio (1),  le frecce del dio erano due, una di piombo e l’altra d’oro: quella di piombo metteva in fuga l’amore, mentre quella d’oro lo suscitava…

L’oro capace di accendere la scintilla d’amore rappresenta l’intensità della passione, lo slancio entusiastico verso l’altro, un altro che sembra rappresentare, almeno apparentemente, il veicolo verso la felicità.

Di solito quando due persone si amano “di colpo”, il loro amore è prevalentemente basato sulla proiezione. L’amore, secondo la prospettiva junghiana, è sempre una “partita a quattro” dove entrano in scena non solo gli aspetti coscientemente orientati della Personalità, ma anche e soprattutto le componenti eterosessuali che ciascuno reca segretamente in sé. Jung ha chiamato queste componenti Anima e Animus.

L’Anima è essenzialmente la componente inconscia femminile presente nella personalità dell’uomo. Essa è il principio dell’Eros, quindi il suo sviluppo nell’uomo si riflette nel modo di rapportarsi alle donne.

L’Animus è la componente inconscia maschile della personalità della donna. Rappresenta il principio del Lógos e fa da ponte tra l’Io della donna e le sue risorse creative inconsce. Quattro sono, secondo la psicologia di matrice junghiana, le fasi di sviluppo dell’Anima e dell’Animus.

Nell’uomo, la capacità di relazione passerebbe attraverso le fasi di Eva, Elena, Maria e Sophia. Eva è l’aspetto biologico e naturale del femminile, Elena è l’hetáira dei Greci, l’aspetto sessuale e romantico insieme, Maria è l’incarnazione del livello più alto di spiritualità, e infine, Sophia è la saggezza. La saggezza è la qualità che permette all’uomo di accostarsi al femminile in modo adulto e dialogico.

L’Animus delle donne, per dirla con la von Franz (2), “dapprima si manifesta come la personificazione del nero potere fisico…. Nella fase successiva rivela il suo spirito d’iniziativa e la capacità di svolgere un’attività pianificata, nella terza fase l’Animus diventa la “parola”…Infine, nella sua quarta manifestazione è l’incarnazione del senso.”

Parlare di Anima e Animus equivale a considerare due aspetti all’interno di una stessa relazione: il matrimonio esterno e il matrimonio interno.

Osserva Carotenuto (3) : “Quanto meno l’individuo è evoluto sul piano della coscienza, tanto più la scelta del partner sarà dettata da motivi inconsci che decideranno “a sua insaputa” l’atteggiamento psicologico ed emotivo che caratterizzerà l’incontro. Il “matrimonio esterno” nella maggior parte dei casi viene agito senza alcuna consapevolezza del “matrimonio interno” con l’Animus per il femminile e con l’Anima per il maschile.”

L’unione compiuta al di fuori di un percorso di consapevolezza profonda si muove all’’interno di un paradigma relazionale ambiguo e incoerente che si ripercuote inevitabilmente anche sui figli.

I figli di genitori scarsamente consapevoli di se stessi finiscono per ricevere in eredità un mandato di tipo “costrittivo”.

In uno scritto del 1925, intitolato “Il matrimonio quale relazione psicologica”, Jung asseriva, in modo davvero pionieristico, che il presupposto della relazione è la coscienza unitaria (4), demolendo per certi versi il mito dell’unità simbiotica, del ritorno all’identità pre-natale.

Il legame consapevole affonda le sue radici nel rapporto di ciascun partner con i propri genitori.

Osserva Jung (5) : “Di regola, quel tipo di vita che i genitori avrebbero potuto vivere, se ragioni artificiali non l’avessero loro impedita, si trasmette ai figli in forma contraria, e cioè, la vita dei figli si trova inconsciamente orientata in modo tale che essa compensa quanto i genitori non hanno potuto realizzare nella loro. Da ciò deriva il fatto che genitori di moralità esagerata abbiano figli cosiddetti immorali; che un padre irresponsabile e indolente abbia un figlio animato da un’ambizione morbosa….”

Altre volte la necessità di salvaguardare le apparenze di una buona vita coniugale può portare un genitore ad iperinvestire su un figlio la propria affettività, considerando quest’ultimo un sostituto del coniuge. Un tale genitore si opporrà in modo più o meno consapevole ad ogni tentativo d’autonomia e differenziazione di questo figlio.

Sono frequentissimi in analisi i casi di figli che non riescono a costruire un legame affettivo al di fuori della famiglia e vivono in modo persecutorio le relazioni col mondo esterno.

In altri casi le relazioni che si compiono all’esterno recano i segni del ruolo rivestito all’interno del temenos familiare, sicchè la relazione diviene endogamica e coattiva, perché non si discosta dalla matrice affettiva originaria.

In questo caso, il figlio o la figlia ricevono la proiezione dell’ombra familiare, vale a dire si trovano a dover fronteggiare il peso della caduta dell’ideale coniugale. L’esperienza clinica sottolinea di continuo la presenza di fattori disfunzionali familiari nella psicogenesi di alcuni disturbi, quali quelli psicotici, alimentari, sessuali. La traccia più deteriore che una coppia può lasciare sulla vita del proprio figlio si fonda essenzialmente sull’ambiguità, sulla mancanza di una comunicazione chiaramente decifrabile, sull’assenza di un ruolo genitoriale definito.

Un genitore inadeguato a svolgere il suo ruolo per fragilità personale o per crisi coniugale rischia di caricare il figlio di un onere affettivo inadeguato, spingendolo in età adulta a perpetuare tale modalità con il partner.

Se una donna sposa un uomo perché inconsciamente cerca un sostituto del genitore che l’assista nel suo percorso di crescita, prima o poi potrebbe andare incontro ad un crollo dell’illusione che aveva determinato la sua scelta, perché il partner potrebbe non rappresentare affatto il “contenitore affettivo” che lei aveva intravisto nei primi tempi. Si potrebbe chiamare questo fenomeno il problema del contenuto e del contenente (6). Il contenente può solo fino a un certo punto accogliere la richiesta del partner, garantendo il suo bisogno di unità. Se egli, in virtù della presa di coscienza di un suo bisogno di coesione interna, non trova corrispondenza nella compagna, troppo assorbita dal bisogno infantile di essere contenuta, può non riconoscersi più nella apparente sicurezza delle “regole coniugali” e abdicare al suo ruolo di contenente. Il discorso naturalmente riguarda in egual misura gli uomini e le donne.

Generalmente il coniuge investito di una missione salvifica si trova presto o tardi a prendere coscienza dell’ illusorietà di un ruolo che non gli si addice più, perché l’affermazione di sé lo porta verso una metamorfosi che spinge in direzione della complementarietà, dello scambio reciproco, adulto e dialogico.

La nostra ricerca dell’altro nasconde sempre la nostalgia della simbiosi originaria e questa è la ragione per cui spesso viviamo il rammarico per qualcosa che non c’è ancora o che sembra non poterci essere.

Ma non esiste relazione psicologica tra due individui che non abbiano preso coscienza di sé e non può esservi coscienza di sé senza una differenziazione dall’altro. Questo è vero su due fronti: quello della progressiva differenziazione dalla propria famiglia d’origine e quello della differenziazione dal proprio partner. Una simile asserzione trova conferma in diversi autori, che pur provenendo da indirizzi psicologici differenti, insistono sul concetto di autonomia e differenziazione. Per certi versi, soprattutto quello della maturità emotiva, il concetto di Individuazione junghiano è simile a quello di Differenziazione di Murray Bowen.

L’Individuazione di Jung (7) è la percezione cosciente della propria unica realtà psicologica, che tiene conto delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Conduce all’esperienza del Sé inteso come centro regolatore della psiche. Essa porta ad un apprezzamento e ad un adeguamento spontaneo e naturale alle norme collettive, che non vengono mai accettate in modo acritico.

La Differenziazione di Bowen (8) è il raggiungimento di un equilibrio che porta a riconoscere e perseguire i propri obiettivi, a rispettare il sé e l’identità altrui e a contenere il proprio funzionamento emotivo. La persona differenziata è libera di spaziare in qualsiasi sistema di relazione, senza aver bisogno di dominare.

Nel concetto di maturità e orientamento verso il proprio sentire è implicito quello di differenziazione dal collettivo e di riconoscimento dei propri confini psichici rispetto agli altri, siano essi il partner o la famiglia d’origine.

Fatta questa premessa, possiamo senz’altro affermare che senza un’adeguata percezione della differenza radicale che ci costituisce come individui, etimologicamente, non–divisi, non vi potrà mai essere il matrimonio inteso come relazione psicologica.

Come sostiene Neumann, quando la donna ritira la proiezione dalla figura esterna del compagno e riconosce questo maschile come qualcosa di interno, essa perviene alla propria autonomia dal partner reale. Due sono le possibili conseguenze: Nel primo caso il ritiro della proiezione produce nel partner una caduta del ruolo ed egli si sente tradito e respinto. Nel secondo caso egli accoglie la propria ferita narcisistica e prende in considerazione le possibilità costruttive insite nella trasformazione intrapresa dalla compagna.

Il mito offre una interessante chiave di lettura dei moventi psicologici profondi che orientano la scelta del partner e la fiaba di Eros e Psiche descritta all’interno delle “Metamorfosi” di Apuleio si presta particolarmente a rappresentare il passaggio da una relazione vissuta inconsciamente ad una più consapevole raggiunta attraverso le prove e il sacrificio. Psiche all’inizio è costretta ad amare Eros “al buio”, senza riuscire a cogliere l’essenza reale del suo sentimento e in assenza di una conoscenza reale del suo sposo. Questo rappresenta la condizione iniziale di un amore fondato sul cosiddetto “colpo di fulmine”, caratterizzato, come abbiamo detto, da una forte componente proiettiva. In seguito alla trasgressione, rappresentata dall’atto di “far luce” sul volto dello sposo, Psiche dà inizio alla presa di coscienza, un cammino irto d’ostacoli, che la porterà, in seguito al superamento di quattro prove, al ricongiungimento con Eros, in una sfera sacra.

Perché una relazione possa accedere alla sfera del sacro è necessario che la presa di coscienza sia totale, che l’altro cioè costituisca l’occasione per un progressivo accostamento alla propria dimensione interna.

A noi non interessa tanto il naufragio di una coppia quanto il percorso che si snoda attraverso il dialogo che conduce alla irrimediabile perdita dell’illusoria sicurezza.

Il meccanismo proiettivo permette di evitare il rapporto umano, ponendo l’individuo in contatto non con una persona autentica e reale, ma con un’immagine endopsichica irriconosciuta. Destarsi dal sogno illusorio, come indicano molte fiabe, equivale a prendere coscienza di se stessi, conferendo alla dimensione amorosa il carattere dell’autenticità.

Se dunque, nelle prime fasi di un rapporto, l’aspirazione inconscia si dirige verso una condizione fusionale, nelle fasi successive tale condizione mostra prima o poi tutti i suoi limiti. Di fronte all’inevitabile scacco, si profilano due diverse strade: La prima consiste nel colpevolizzare l’altro, attribuendo alla sua inadeguatezza il mancato coronamento del proprio sogno d’amore. La seconda strada, consiste nel riconoscere a poco a poco l’illusorietà delle proprie pretese, adeguandosi alla realtà più che alla costruzione dell’ideale. La situazione relazionale, sia essa un fidanzamento o un matrimonio, è un passaggio obbligato da un amore fantasticato ad uno reale.

La più grande mistificazione collettiva che sostiene il matrimonio risiede nel fatto di considerarlo un punto d’arrivo anzichè un punto di partenza.

Nel momento in cui si conquista “per sempre” l’oggetto del desiderio si tende sovente a irretire l’altro in uno schema di tipo collettivo, dove rientrano condizionamenti e pressioni che ne mutilano notevolmente la soggettività.

Pensare di ridurre il partner ad una serie di prestazioni conformi ai nostri bisogni, alle nostre attese, ai nostri condizionamenti familiari, equivale a renderlo schiavo di un’idea preconcetta di relazione, dove l’imprevisto, la curiosità, l’evoluzione cedono il passo alla prevaricazione.

La relazione duale matura presuppone l’esistenza del riconoscimento dell’alterità, della differenza, del limite, della distanza emotiva, e questo riguarda tanto il rapporto con il partner quanto quello con un figlio. Maturità affettiva significa essenzialmente abbandonare l’illusione di un potere assoluto sugli altri, imparare a rimaneggiare il vuoto e la solitudine e vivere la distanza non tanto come una menomazione, ma come un’occasione per sondare la propria dimensione desiderante.

Una persona consapevole di se stessa è sufficientemente capace di gestire lo scarto tra desiderio e realtà, sottraendosi prontamente alla trappola dell’illusione e al “gioco delle parti” che vede sempre una vittima e un carnefice. Se dunque crisi significa mettere in discussione lo status quo, crisi può anche essere il modo per ripensare l’amore rompendo la circolarità narcisistica.

  1. Ovidio, “Le Metamorfosi”,Libro primo,470-471
  2. M.L. von Franz, “ Il mondo dei sogni“,Tea, Milano, 1996, pag.146
  3. Aldo Carotenuto, “Amare tradire”,Saggi Bompiani,1991,Milano, pag.91
  4. in: C.G.Jung,”Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna”,Giulio Einaudi editore, Torino, 1979
  5. ibidem pag.193
  6. C.G.Jung, op. cit.
  7. Si veda per questo, C.G.Jung, Opere, vol.6, definizioni, edizione Boringhieri,Torino,1969 e M.L. von Franz, “Il mondo dei sogni“, Teadue, Milano, 1996
  8. Murray Bowen, “Dalla famiglia all’individuo”, Astrolabio, Roma