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cielo stellatoLo sviluppo psicologico della Personalità si afferma nelle possibilità infinite, per l’individuo, di divenire un soggetto sempre più consapevole delle proprie dinamiche interne, vale a dire sempre più capace di evolversi, di superare la sua contingenza e di autogenerarsi. Essere individui significa (come anche l’etimo sembra indicare) essere non divisibili, non scissi, e il processo che ci spinge ad individuarci è un moto di espansione della coscienza, che accoglie di volta in volta dimensioni inconsce che ci sfuggono, ma che continuano ad agire su di noi.
Jung probabilmente si rifà a Eraclito quando afferma che la personalità è un insieme di forze, un gioco di forze contrastanti che tendono verso un equilibrio sempre maggiore, attraverso la dialettica degli opposti: “Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia…” (Eraclito, framm.11)
“Divieni ciò che sei” è l’invito a ricomporre in unità le infinite sfaccettature della propria realtà psichica, attingendo al Sé, quella “personalità di grado superiore” (Jung), quel gioco di luce e d’ombra che deve essere il nostro personale modo di forgiare la realtà. Bisogni senza nome cercano una loro identificazione, voci interne chiedono di essere interpretate, e il nostro sforzo di in-dividui deve diventare quello di aprirci a una totalità in cui i contrari possano dialogare.
Il malessere insorge quando i bisogni profondi non trovano un valido canale d’espressione…
In quanto psicologi noi siamo investiti da una particolare responsabilità: quella di accompagnare la persona che cerca il nostro aiuto nel processo di trasformazione di cui essa avanza il bisogno.
Le storie portate in analisi non sono un repertorio nosografico, ma vissuti, sentimenti, che ci parlano dell’incapacità di conciliare parti antitetiche di sé, del rifiuto della complessità, del timore di vivere pienamente. Si è depressi non solo quando si manifestano sintomi eclatanti e tali da richiedere un rapido intervento psicofarmacologico. Si è depressi quando la propria dimensione desiderante viene sostituita dalla paura, una paura che è soprattutto legata alla possibilità di divenire se stessi. Le pressioni culturali verso il conformismo, la piattezza critica, non agevolano certo l’emersione della creatività, l’apertura verso un orizzonte dinamico, ma costringono l’individuo a confrontarsi con una realtà mortifera, che osteggia ogni spinta verso l’autonomia. Il bambino, all’inizio, è totalmente identificato con quelle persone da cui dipendono i suoi bisogni profondi e impara a riconoscersi solo nell’immagine che gli viene rimandata dai suoi genitori. Il protrarsi di tale “meccanismo rispecchiante”, in età adulta, si traduce in un bisogno di ottenere riconoscimenti, di ricevere definizioni risolutorie sulla propria identità e di aderire ad un universo collettivo di riferimento, più che accogliere la propria individualità. La scelta conformista è senza dubbio tranquillizzante e liberatoria, ma getta l’individuo nell’inconsapevolezza di sé, nell’autoinganno.
E l’atteggiamento delegante, deresponsabilizzante che si osserva in ambito relazionale deriva dalla colpa, la colpa di vivere la propria “complessità” e di dover essere per questo puniti o giudicati. Timore che ha le sue radici nel rapporto che si è andato a definire con i propri genitori, ma soprattutto nel ruolo che l’imago materna e quella paterna hanno sulla strutturazione dell’identità. Archetipicamente, Il femminile è un principio che connette, nutre, vincola, mentre il maschile è fondato sulla legge della violazione, della rottura dell’unità. Scelta e separazione sono necessarie alla crescita, e la capacità di tollerare le frustrazioni e di superare le crisi dipendono dal modo in cui l’individuo ha sperimentato e superato la tensione tra dipendenza e autonomia, interiorizzato il modello relazionale adulto, elaborato i propri conflitti. Le figure reali del padre e della madre sono strumenti inconsapevoli del sistema sociale, e femminile e maschile rappresentano simbolicamente una coniunctio alchemica di completezza, modi complementari di atteggiarsi nella dialettica dell’esistenza, dove ora l’uno, ora l’altro, emergono in rapporto alle esigenze individuali e relazionali, consentendo una fluidità tra interno ed esterno. Solo la dinamica del confronto-scontro consente all’individuo di ricreare la propria vita. Lo sviluppo psicologico si fonda su un lavoro di integrazione che non può escludere i nostri tratti contorti, le nostre ambivalenze, la nostra aggressività, le nostre paure. L’avventura esistenziale si fonda su una dinamica conflittuale: quella tra Individuazione, “divieni ciò che sei”, da un lato, ed eredità collettiva, dall’altro. A volte manifestare la propria diversità o esprimere il proprio dissenso rispetto alle aspettative genitoriali significa imbattersi in una squalifica continua, vivere sentimenti di inadeguatezza che possono nel tempo manifestarsi in un eccesso di impotenza e frustrazione. Identificarsi con un’immagine “alterata” di sé può implicare tutta una serie di esperienze disadattive, che si traducono nella convinzione di essere perseguitati da un destino infausto e molto spesso questa è una profezia che si autoavvera. Se però si riesce a rompere questo circuito “depressivo”, allora si sperimenta la sensazione di poter fronteggiare qualunque situazione. Crescere significa anche riappropriarsi di una potenzialità mai sufficientemente utilizzata, che può essere considerata la propria modalità creativa di plasmare la realtà. Essere individui significa allora essere non divisibili, e la sola spinta al cambiamento può derivare dal bisogno di affermare se stessi e dare spazio e voce ai propri bisogni profondi.
Ricollegarsi al proprio Sé o accompagnare qualcuno nel suo processo di Individuazione significa attuare: (seguendo Wayne W. Dyer, “Il potere dell’intenzione”)
Il senso del possibile
Il senso dell’ammirazione per tutto ciò che si manifesta fuori e dentro di noi
Il senso della conoscenza (cioè il senso della passione e del desiderio)
Possiamo concludere con una frase di William Blake: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe agli uomini come realmente è: infinito..” (The Marriage of Heaven and Hell)

Evidenze scientifiche sull’efficacia della psicoanalisi: gli studi
Le prove empiriche a sostegno dell’efficacia delle terapie psicodinamiche sono consistenti e, confrontando le dimensioni degli effetti terapeutici, da molte ricerche emerge che tali percorsi si dimostrano particolarmente efficaci nel lungo periodo rispetto ad altre forme di terapia, con miglioramenti che permangono anche dopo la fine della trattamento, esattamente come sinora teorizzato nella teoria psicoanalitica, sia nei disturbi depressivi che nei disturbi d’ansia. Le ricerche di J. Shedler (Jonathan K. Shedler, “The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy”, American Psychologist, Vol. 65. No.2, February–March 2010), professore di Psichiatria presso l’Università del Colorado (USA) e direttore del servizio di Psicologia dell’Ospedale psichiatrico universitario, hanno portato all’attenzione degli “addetti ai lavori” l’importanza della conduzione di studi rigorosi nel campo delle terapie psicodinamiche. Nello specifico, il suo studio, condotto su più di 1.400 pazienti, ha riguardato oltre 160 ricerche su terapie psicodinamiche e altre forme di terapia, incluse quelle farmacologiche. La psicoanalisi a lungo termine, si è dimostrata persino superiore, in termini di efficacia, ad alcuni trattamenti farmacologici specifici. E’ stato evidenziato dai ricercatori come in molte forme di terapia, basate su evidenze più empiriche (evidence based), i terapeuti più efficaci utilizzino in realtà delle modalità proprie degli psicoanalisti, come: l’esplorazione dei modelli relazionali, l’auto-osservazione, l’esame di punti “ciechi” negli aspetti emotivi. In una serie di studi sulla depressione, Shedler e i suoi collaboratori hanno notato che quanto più i terapeuti, indipendentemente dal loro modello e dal loro orientamento, utilizzavano un atteggiamento psicodinamico, tanto più risultava efficace la terapia. Alcuni professori dell’Università del Michigan hanno presentato nuovi dati sostenendo un nesso di causalità tra il concetto psicoanalitico di conflitto inconscio e i sintomi da disturbi d’ansia. Gli Studi dell’equipe guidata dal Prof. Howard Shevrin, Ph.D., professore emerito di Psicologia presso il servizio U-M Medical School di Psichiatria (Michigan USA), sembrano dimostrare un legame tra conflitti conscio/inconscio e i sintomi del disturbo d’ansia, contribuendo a fornire supporto empirico alla psicoanalisi.