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L’accertamento diagnostico in relazione all’imputabilità e pericolosità sociale in soggetti di maggiore età [1]

Esempi di quesiti in ambito penale:

Dica il perito se l’imputato, in relazione alla patologia dalla quale, stante la documentazione acquisita, è affetto, sia capace di stare in giudizio;

Dica il perito, utilizzando tutti gli strumenti diagnostici a sua disposizione, se l’imputato fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto, tenuta presente la natura del reato a lui contestato;

Dica il perito se l’imputato sia da considerarsi socialmente pericoloso ai sensi dell’art. 203 c.p., se cioè appaia probabile che nel futuro commetta fatti preveduti dalla legge come reati.

Il perito: Il giudice nomina il perito scegliendolo tra gli iscritti in appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina (art.221. 1. c.p.p). L’accertamento delle condizioni psichiche del periziando, se da un lato deve fornire indicazioni precise su facoltà quali (ad es.) la comprensione degli eventi processuali, dall’altro deve essere “ricollocato” in una dimensione temporale ben precisa, il momento del fatto, e la personalità deve essere valutata non solo nell’hic et nunc, ma anche in relazione a comportamenti messi in atto in passato e ad altre manifestazioni che abbiano un valore predittivo. Diagnosi categoriale” e “funzionale” sono due aspetti complementari ma distinti che non debbono essere confusi l’uno con l’altro o riassorbiti l’uno nell’altro. Occorre precisare che in termini psicopatologici o criminologici il comportamento umano viene comunemente identificato come conforme, difforme, deviante, delinquenziale, patologico ed analizzato secondo i sistemi nosografici categoriali più accreditati. Il comportamento di un individuo, in termini strettamente psicologici, è espressione del suo funzionamento in un preciso contesto esistenziale e in un determinato periodo della sua storia individuale, ma è anche rivelazione del suo “stile di vita”, unitario e coerente con aspetti strutturali, organizzativi e funzionali del suo “essere nel mondo”. L’insieme di sintomi e di segni presentati dal soggetto (e annotati dall’osservatore) sono i mezzi, gli strumenti, le strategie che il soggetto traduce in comportamenti e attraverso i quali manifesta il suo stile di vita, il suo funzionamento. L’infermità (da in-firmus = non-fermo) in senso psicopatologico-forense non individua un “disturbo mentale”, ma i riflessi di questo sul funzionamento psichico del soggetto e quindi sul suo comportamento. L’accertamento diagnostico di un individuo deve necessariamente avvenire attraverso la raccolta di dati anamnestici, l’analisi del comportamento verbale e non verbale, l’esame delle varie funzioni e il loro impatto sulla realtà esterna, e non può quindi essere effettuato solo sulla presenza/assenza di determinati sintomi. A tale proposito occorre puntualizzare che sul piano psicodinamico un sintomo ha non solo una sua ‘dignità’, ma è da considerarsi l’espressione simbolica di una particolare costellazione interna che, in quanto ‘personale’, può rendere disadattiva la risposta dell’individuo alle richieste provenienti dall’ambiente esterno. “Individuo”, etimologicamente, presuppone la capacità di essere in-diviso, ma paradossalmente la ricerca di unità e autenticità individuale si scontra con la pressione verso l’omologazione, l’identità collettiva. Ecco allora il disagio, il disadattamento, la “malattia”, l’incapacità talvolta manifestata nel definire se stessi in relazione alla realtà esterna. Intendere e volere, seppur da intendersi come capacità disgiunte, diventano i due parametri che permettono di comprendere in che modo e misura esista una differenziazione tra sé e non sé, di cogliere il valore adattivo delle azioni. Secondo il Codice penale (art. 85, secondo comma): “E’ imputabile colui che ha la capacità di intendere e volere”.

La capacità di intendere: 

 E’ l’attitudine del soggetto a conoscere la realtà esterna, ciò che si svolge intorno a lui e di cogliere il valore sociale positivo o negativo dei suoi atti; essa presuppone l’idoneità psichica di comprendere o discernere le proprie azioni od omissioni (art. 40 c.p.) ed i motivi della propria condotta.

La capacità di volere: 

 E’ l’attitudine del soggetto a determinarsi in modo autonomo, a scegliere tra i motivi coscienti in vista di uno scopo, di “volere” ciò che l’intelletto ha reputato doversi fare, di comportarsi coerentemente con tale scelta, di optare per la condotta che pare più ragionevole e resistere agli stimoli d’avvenimenti esterni.

Si riportano di seguito i criteri valutativi comunemente utilizzati per l’accertamento delle capacità di solito indagate in ambito penale:

Elementi per la valutazione della capacità di stare in giudizio:

 Comprensione del procedimento giudiziario per i reati contestati,

 Comprensione della portata antigiuridica ed etica dei reati di cui il soggetto è imputato,

 Possibilità di rispondere a domande, di colloquiare e di collaborare alla propria difesa,

 Assenza di deterioramento mentale e/o deficit mnesici (di natura organica),

 Assenza di un’infermità mentale che infici le “potenzialità” difensive,

 Assenza di disturbi somatici che possano compromettere le capacità mentali,

 Esame di realtà non compromesso,

 Capacità di critica e giudizio non deficitarie.

Elementi per la valutazione della Pericolosità Sociale: 

 Diagnosi: carattere cronico o acuto del disturbo e sua espressività,

 Destrutturazione della personalità,

 Correlazione tra disturbo e comportamenti criminosi,

 Progressione nelle condotte auto ed etero-distruttive,

 Caratteristiche dell’ambiente familiare e sociale.

(Elementi di) Predittività: 

 Progressione/remissione delle condotte antisociali,

 “Compliance” (alta/bassa) alle cure,

 Possibilità/impossibilità di effettuare terapie farmacologiche ed usufruire di cure specialistiche,

 Fattori “ambientali”,

 Presenza/Frequenza/Assenza di comportamenti aggressivi e/o reati pregressi,

 Presenza/Assenza di episodi recenti o pregressi di violenza,

 Presenza/Assenza di uso/abuso di sostanze,

 Presenza/Assenza di danni neurologici.

Tra i Fattori Predittivi di Violenza rientrano:

 Idee di violenza (soprattutto desideri di aggressività, sentimenti di avversione nei confronti di una persona specifica),

 Osservazione del comportamento del periziando durante il colloquio (soprattutto: crescendo progressivo dell’attività psicomotoria; aggressività verbale, turpiloquio, disconoscimento dell’autorità dell’operatore).

 Scarso controllo pulsionale.

Secondo Ugo Fornari “un giudizio di pericolosità sociale psichiatrica può basarsi: 1) sulla presenza di una sintomatologia psicotica molto florida e riccamente partecipativa a livello emotivo, con assoluta assenza di consapevolezza di malattia; 2) oppure sull’accertamento di un grave deterioramento o una grave destrutturazione psicotica della personalità, con o senza pluriricoveri o plurirecidive; 3) notizia di uno o più scompensi comportamentali ravvicinati, sia in senso ‘auto’ che ‘etero’ distruttivi; 4) progressione di gravità nelle condotte di scompenso; 5) scarsa o nulla risposta alle terapie praticate, purché adeguate e purché non si tratti di simulatore; 6) necessità di protezione del malato e della società dagli acting-out che i disturbi psicotici hanno indotto e probabilmente, se non certamente, indurranno[2].

Il problema della pericolosità sociale in termini psicopatologici è cosa diversa se lo si mette in relazione con un reato che contempli la presenza di agiti aggressivi (eterolesivi) di una certa entità o con un reato dove tali agiti non siano affatto presenti o dove il mancato controllo pulsionale non costituisca la “causa” prevalente del fatto-reato. La pericolosità sociale prevista dall’art. 203 c.p., per esempio, non riguarda la probabilità che il soggetto possa mettere in pericolo la vita e/o la salute propria e/o altrui, ma concerne la probabilità che egli possa nuovamente commettere un fatto-reato. La qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’articolo 133 – Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena-. Periti e consulenti devono aver ben presente che una cosa è la nozione di pericolosità sociale psichiatrica e cosa ben diversa è la pericolosità sociale giuridica, il cui accertamento, nella sua dimensione prognostica, deve rimanere compito di esclusiva spettanza del magistrato. Dopo queste osservazioni, occorre puntualizzare che non esiste una correlazione univoca tra diagnosi e vizio di mente (incapacità). L’infermità giuridicamente rilevante è costituita dalla confluenza di un disturbo funzionale che interagisce con un disturbo mentale, al punto di compromettere in concreto la capacità di autodeterminazione del soggetto, incidendo in maniera rilevante sulle funzioni autonome dell’Io (il “quid novi” o “quid pluris”) e conferendo in tal modo “significato di infermità” all’atto agito o subito (lo stesso ragionamento psicopatologico forense vale infatti anche per la vittima di reato). Il problema che si pone preliminarmente ai fini dell’individuazione della (in)capacità di intendere e di volere non è tanto quello di un corretto inquadramento diagnostico nosografico, ma quello ben più complesso di “funzionamento mentale” e di chiara connessione di questo con il reato. Alcune condizioni psichiche o organiche riducono ma non escludono la capacità di intendere e di volere. E’ cosa differente se il fatto (ad es.) viene commesso in stato di cronica intossicazione da alcool e/o stupefacenti o se l’alterazione psichica indotta dall’assunzione di dette sostanze è preordinata al fine di commettere un reato o di prepararsi una scusante. Si tratta di un’ ipotesi di actio libera in causa che non fa venir meno la colpevolezza. Con sentenza n. 9163 del 25 gennaio 2005, depositata l’8 marzo 2005, le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno stabilito quanto segue: “anche i disturbi della personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente ai fini degli articoli 88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa; per converso, non assumono rilievo ai fini della imputabilità le altre “anomalie caratteriali” e gli “stati emotivi e passionali”, che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente; è inoltre necessario che tra il disturbo mentale ed il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo causalmente determinato dal primo”. Pertanto, in base alla sentenza, un disturbo della personalità, se produce una condotta incontrollabile ed ingestibile, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo sui propri atti, di indirizzarli di conseguenza, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autodeterminarsi liberamente ed autonomamente. Per tale accertamento, il giudice deve procedere avvalendosi del contributo di un esperto e di ogni altro elemento di valutazione e di giudizio desumibile dalle acquisizioni processuali. Come osserva Fornari, anche in presenza di un disturbo di personalità grave, se la genesi (progettazione) e la dinamica (esecuzione) del comportamento criminale indicano che -nello svolgimento complessivo e nel resoconto retrospettivo dello stesso- l’autore ha conservato e conserva, sostanzialmente indenni le aree funzionali dell’Io deputate alla comprensione del significato del suo atto e delle conseguenze dello stesso (funzioni percettive, organizzative, previsionali, decisionali ed esecutive) non si può concludere nel senso dell’esistenza di un vizio di mente. I disturbi di personalità di cui si parla nella citata sentenza devono quindi essere severi al punto da determinare una situazione di assetto psichico “incontrollabile” tanto da integrare gli estremi di una vera e propria psicosi. Indipendentemente dalla precisazione diagnostica, tanto più grave è la compromissione psichica, meno strutturate le difese, più diffusa l’identità e compromesso l’esame di realtà (c.d. scivolamenti psicotici), tanto più incordinato e non pianificato sarà il passaggio all’atto, sia nelle premesse, sia nel suo estrinsecarsi, sia nella condotta immediatamente successiva. Il “valore di malattia” o il “significato di infermità” in connessione al reato è legato alla presenza/assenza dei seguenti indicatori:

 Presenza di fattori stressanti che precedono lo scompenso;

 Frattura rispetto allo stile di vita abituale;

 Evidente sproporzione della reazione;

 Compromissione dello stato di coscienza e presenza di dismnesia;

 Disturbi della percezione;

 Idee deliranti non organizzate;

 Gravi turbe dell’affettività e del tono timico;

 Comportamento disorganizzato.

Il comportamento disorganizzato, in particolare, rientra tra i sintomi identificativi dell’incapacità di intendere e di volere, oltre a costituire un fattore predittivo, insieme alla presenza di agiti aggressivi, della pericolosità sociale in relazione a fatti reati che contemplino un pericolo per la vita altrui.

Aspetti metodologici:

L’esperienza clinica sottolinea di continuo l’impossibilità di riferire con certezza dei quadri sintomatici ad una diagnosi precisa, se non a seguito di ripetuti incontri, perché è la durata dei sintomi che può meglio orientare la diagnosi. Quando occorre valutare certificazioni, senza voler assolutamente dubitare dell’indiscussa competenza professionale di altri, che costituirebbe una violazione dei principi deontologici, alcune note discordanti in ambito diagnostico-terapeutico possono semplicemente essere interpretate come sovrapponibilità di quadri, perché non sempre è possibile far rientrare un quadro sintomatico nei sistemi nosografico-descrittivi. In molti casi non è possibile effettuare con certezza una diagnosi se il comportamento del soggetto in esame non viene riconosciuto nei termini di una modalità stabile di funzionamento o di una condizione acuta. Laddove si renda necessario individuare nel dettaglio il funzionamento cognitivo, ideativo e affettivo di un individuo, solo la comparazione dei dati di vari test di personalità può orientare l’esaminatore nella formulazione del giudizio diagnostico. Preme sottolineare che la psicodiagnostica testistica richiede una lunga formazione e non necessariamente rientra tra le competenze specialistiche dei professionisti delle cure (psicologi o psichiatri o psicoterapeuti). Inoltre, è prassi consolidata che in determinati ambiti la valutazione psicometrica spetti a figura diversa dal perito o consulente (anche se esperto in psicodiagnostica), al fine di garantire allo stesso un’autonomia decisionale nell’analisi generale dei dati. I risultati emersi dai test devono essere equiparati, preferibilmente in fase conclusiva, ad altri indici diagnostici, proprio per individuare la presenza di concordanze o eventuali discordanze. Nella formulazione dei suoi giudizi, il perito deve tentare di ricondurre i dati emersi verso un quadro descrittivo del funzionamento mentale/comportamentale del periziando in vista della risposta ai quesiti posti.

 

 

 



[1] L’imputabilità del minore è subordinata ad un criterio cronologico: fino a quattordici anni il minore non è mai imputabile, perché nei suoi confronti è prevista una presunzione assoluta di incapacità (art. 97 c.p.); fra i quattordici e i diciotto anni il minore è imputabile solo se il giudice ha accertato che al momento del fatto aveva la capacità di intendere e di volere (art. 98 c.p.).

[2] UGO FORNARI, “Compendio di psichiatria forense” UTET, Torino 1989.