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Locandina

Locandina

Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Domenico Starnone, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Esmeralda Calabria
Scenografia: Luca Gobbi
Costumi: Maurizio Millenotti
Musica: Nicola Piovani
Durata: 110 minuti
Italia, 2009

PERSONAGGI E INTERPRETI
Gabriele Rossetti adulto: Fabrizio Gifuni
Gabriele Rossetti bambino: Guido Giaquinto
Zio Pinuccio: Riccardo Scamarcio
Ernesto Rossetti: Sergio Rubini
Franca Rossetti: Valeria Golino
Avvocato Pezzetti: Maurizio Micheli
Professor Venusio: Vito Signorile
Donna Valeria Giordano: Anna Falchi
Anna adulta: Margherita Buy

La trama:
Gabriele Rossetti torna in un paesino della Puglia per l’estremo saluto al padre morente, Ernesto.
Le ultime parole dell’anziano genitore, permettono nel figlio l’emersione di ricordi del passato, caratterizzato da un’infanzia vissuta negli anni ‘60 con il padre, capostazione della ferrovia locale con l’ossessione per la pittura, la madre Franca, insegnante, e lo zio Pinuccio, giovane fratello di Franca.
Solo quando Gabriele, ormai adulto, passerà la notte nella casa della sua infanzia, scoprirà una verità su Ernesto che trasformerà radicalmente la propria prospettiva sulla figura paterna…
Ernesto, padre di Gabriele nonché capostazione della locale ferrovia, è inizialmente un artista mancato, ma di chiara passione, svilito, anche nelle sue prove pittoriche migliori, dall’ipocrisia e dal pregiudizio di certe “caste” culturali di paese che rivendicano la cultura come loro dominio esclusivo.
Nella caratterizzazione dei due personaggi-detrattori, l’avvocato e il professore, non è difficile cogliere i tratti collettivi di una realtà ancor viva e pulsante negli ambienti pseudo-intellettuali pugliesi, entro i confini dei quali più che un’apertura all’arte si rintraccia un bisogno di omologarsi ad una certa idea della cultura, per lo più veicolata attraverso informazioni superficiali e spersonalizzate, che rischiano di penalizzare proprio i migliori talenti.
Lo sguardo di Rubini in tal senso è impietoso, ma più che legittimo… Il film, fin dalle prime sequenze, pone l’accento sullo sguardo infantile e sulla sua posizione antinomica rispetto alla visione della realtà tipicamente adulta. Emerge in particolare la contrapposizione tra libera espressione di sé e condizionamento della vita collettiva: il piccolo Gabriele infatti persegue, seppur in condizioni di forte inquietudine, un proprio stile di vita, volto alla ricerca di un’individualità autonoma, poco incline alle regole familiari e sempre sul filo di una tendenza “antisociale”.
I compagni di gioco del piccolo Gabriele occupano e rivendicano spazi marginali rispetto alla vita sociale accreditata: spazi dove si rintraccia il caos primordiale delle origini, il ritorno alla natura, alla terra, agli istinti vitali, luoghi periferici rispetto all’identità collettiva, ufficiale, sede del conservatorismo e dell’omologazione. Emergono a tratti nel film alcuni accenni tipici di De Sica / Zavattini: l’infanzia, l’orfanotrofio, la solitudine nella folla, la solidarietà, la miseria…
L’identità di Gabriele sembra fondarsi su una difficile tendenza identificatoria nei confronti del padre, che viene essenzialmente vissuto dal figlio come un perdente, e su un’adesione automatica alle caratteristiche dello zio, che assume i tratti reali e immaginali di un eroe.
Mentre Ernesto insegue il sogno di realizzare la copia perfetta di un Cézanne, il piccolo Gabriele si allontana emotivamente dal padre per accostarsi sempre più alla figura dello zio Pinuccio, scapolo impenitente, puer aeternus, che offre se non altro una valida affettività al piccolo, mai fondata su elementi oscuri.
Franca, moglie di Ernesto, fa da inevitabile contrappunto alle ambizioni del marito, assumendo i tratti tipici di una moglie-madre saggia, votata all’oblatività, spesso in contatto con le immagini-guida dei genitori defunti.
Influenzato dalla sensibilità materna, Gabriele comincia a sviluppare una sua autonomia dalla realtà circostante, accogliendo la disposizione della genitrice al mondo immaginale.
Nell’impossibilità di conciliare gli opposti antitetici che affollano la sua vita, egli riversa nell’attività fantastica il suo malessere esistenziale, favorendo l’emersione di Mostri diurni o onirici.  Altre volte le visioni hanno un chiaro carattere compensatorio e rendono più agevole il contatto con le contraddizioni emergenti dall’ambito familiare.
Affiora, a questo proposito, una scelta registica ed una caratterizzazione dei personaggi che risente dell’influsso felliniano: L’uomo nero come Amarcord è un film giocato sul filo della memoria, dove molto spazio viene consacrato all’elemento visionario e grottesco: Il professor Venusio e suo figlio, l’avvocato Pezzetti, gli amici di famiglia, compongono una variopinta galleria di personaggi bizzarri che vengono tratteggiati col gusto parodistico del vignettista. Il capostazione Ernesto, prima che riproduttore di Cézanne è caricaturista, attività esercitata anche da Federico Fellini, prima dell’esordio da cineasta. Anche l’attività dello zio Pinuccio è accostabile ai tratti biografici di Fellini, il cui padre si occupava di commercio di generi alimentari…
La Puglia raccontata da Sergio Rubini è come la Romagna felliniana, una terra mitica e arcaica, e nel contempo, magica, perché irreale, sognata, immaginata: in un caso come nell’altro il paesaggio è punteggiato da elementi pittorici che lo personalizzano individualisticamente.
Il paese è non solo il luogo dove tornare, la terra che chiama all’origine, ma è anche e soprattutto un luogo interiore di elaborazione dei vissuti.
Tale cammino introversivo è vissuto dal Gabriele bambino come un dovere non procrastinabile, ma al tempo stesso è alienante e oppressivo e agevola l’irruzione dell’Ombra attraverso figure terrifiche, elicitate da persone appartenenti alla realtà circostante.
Chi è l’uomo nero se non la personificazione dell’Ombra di Ernesto, vissuta proiettivamente attraverso il figlio? Nella sua figura inquietante convergono inoltre elementi identitari collettivi, paurosi perché non coscientemente integrati e vissuti in forma alienata. L’uomo nero è anche la presentificazione del senso di esclusione dalla vita e quindi il fantasma della solitudine, vera prigione da cui è impossibile evadere. Non sorprende infatti la comparsa dell’oscura, indistinta figura proprio in contesti in cui al piccolo Gabriele è impedita una via di fuga…
Quanto più aumenta il divario tra mondo infantile e universo di riferimento adulto, tanto più si fa strada la necessità di adoperare la fantasia, quale elemento difensivo: La fantasia può essere considerata come un’unità psichica organizzatrice che allo stesso tempo crea un ponte e una barriera tra angoscia e pensieri, mentre introduce una funzione metaforizzante nella psiche.
Ma volendo piuttosto offrire anche una riflessione sul significato degli affetti familiari e su come, a distanza di anni e con l’introduzione di nuovi elementi, il giudizio sulle persone possa modificarsi, allora lo sguardo di Rubini si fa indulgente, recuperando gli aspetti valoriali importanti ai fini di una solida struttura identitaria.
L’infanzia “ingannata” è una Gestalt che nell’adulto esige d’essere completata: Il cambiamento in senso attivo dell’atteggiamento dell’Io porta non solo ad una modificazione della singola sequenza immaginativa, ma, a lungo andare, ad una modificazione del “fantasma” parentale e quindi ad una “riparazione” della mancanza che gli aveva dato origine. Alla fine, sia il padre che la madre di Gabriele risultano essere degli ottimi caregiver, capaci di rendere conto di se stessi in termini coerenti e di utilizzare sistemi educativi validi, almeno nel periodo in cui la storia si situa.
L’operazione di costruzione dell’identità del piccolo-grande Gabriele risulta un’operazione particolarmente riuscita, a patto di arrivare a cogliere la funzione dinamica della dimensione quasi onirica dei ricordi, soprattutto nell’ottica generale del quadro individuale che vanno a ricomporre. Tale funzione si muove all’interno di un paradigma strutturale che evidenzia anche nella trama quattro distinti momenti:
Lo stadio di privazione interviene all’inizio della storia e vede qualcuno o qualcosa sottrarre ad un personaggio ciò a cui ha diritto o gli sta particolarmente a cuore. Questa azione dà luogo ad una mancanza iniziale il cui rimedio costituirà il motivo attorno a cui ruota tutta la vicenda. Nel nostro caso la privazione riguarda tanto Ernesto quanto Gabriele: Il primo vive e muore con un sogno irrealizzato, lasciando nel figlio una traccia incompleta di sé. Il secondo, privato dell’elemento genitoriale “eroico”, è costretto a disidentificarsi dal padre per non ripercorrere il suo cammino fallimentare. Su questa duplice mancanza iniziale ruota tutto il film.
Lo stadio di allontanamento successivo assolve una funzione duplice: da un lato conferma una perdita (Ernesto si allontana sempre più dal suo sogno, Gabriele si separa dal suo luogo d’origine) mentre dall’altro dà avvio alla ricerca di una soluzione (Gabriele è messo sulla strada di un possibile rimedio).
Il viaggio, stadio essenziale dell’intera sequenza, può concretizzarsi in uno spostamento fisico, in un trasferimento, ma anche in un tragitto psicologico.
Nel nostro caso Gabriele comincia a muoversi lungo un itinerario interiore, punteggiato da una serie di tappe decisive che esitano nel ritorno, stadio finale, coincidente con la rivelazione del segreto sul padre.
Se il ritmo della narrazione è a tratti caotico e dispersivo, l’espediente risulta comunque funzionale a render conto della visione parziale e frammentaria che chiunque avrebbe della propria infanzia a distanza di trenta, quarant’anni da essa.
Quando il Gabriele-adulto richiama alla memoria la passione artistica del padre, riesce a ricomporre la figura di questi attraverso l’identificazione con la sua sofferenza, fino a quel momento rimossa dalla sfera cosciente. Il bisogno del figlio di separarsi da una realtà inaccettabile, se da un lato aveva favorito l’emersione di una personalità vincente e antitetica rispetto a quella del padre, dall’altro aveva mutilato la figura di Ernesto privandola dei suoi aspetti migliori.  Anche Paul Cézanne visse quasi ignorato dai contemporanei. Sappiamo che aveva pochi amici, diffidava dei critici e, fino al 1895, espose solo occasionalmente. Era incompreso persino dalla sua famiglia, che trovava bizzarro il suo comportamento e non capiva quanto fosse rivoluzionaria la sua arte…
Il film di Rubini lascia intravvedere la fatica della coerenza dietro l’apparente resa all’anonimia di massa. In tal senso la figura di uomo e di padre personificata da Ernesto Rossetti è quella del vero eroe che sa attendere, dipingendo la sua tela esistenziale, in attesa di un riscatto che inevitabilmente sopraggiungerà…