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Lettera: Gentilissima dottoressa Vallino, sono una donna decisamente provata, ma con una voglia di lottare che comincio a valutare seriamente come una tendenza patologica. Mi chiedo: perché affannarsi a sperare in un destino migliore, perché aggrapparsi con tenacia a dei valori familiari, amicali, affettivi, di civiltà, mentre intorno c’è un’umanità che se ne frega di tutto e di tutti? Mentre io mi adopero per assicurare un futuro migliore a mia figlia, il mio ex marito (un adolescente eterno) passa il suo tempo ad assecondare i bisogni dei genitori e a commentare su facebook i post dei suoi amici che vertono su ogni genere di virtualità. Una realtà, questa, cui mia figlia, nostra figlia accede (…). La vita è tutto questo, probabilmente, e io vivo su Marte, convinta come sono che le cose non si possano cambiare attraverso sterili discussioni, attraverso modalità di autocompiacimento. Mi chiedo e le chiedo se sia possibile alzarsi dal letto a mezzogiorno e perdere tempo con chiunque, anziché rimboccarsi le maniche per gettare le premesse di una vita migliore. Sembra che la principale occupazione dei miei coetanei sia quella di muovere critiche a chi sale o scende da un luogo di potere. Mi arrangio come posso, non avendo ricevuto beni di alcun genere, non mi piace l’idea di colpevolizzare qualcuno per la mancata realizzazione dei miei progetti, non invidio nessuno, ma probabilmente sono malata; malata di fede e armata di coraggio. Questa è la conclusione cui sono giunta, attraverso un dolore consapevole, per il quale non esiste un farmaco, men che meno un’ideologia politica risolutiva. Ho fede e questo in senso religioso oltre che interiore, perchè credo che esista, anche per il male che riceviamo, una legge superiore alla nostra umana volontà.  Mi associo alla provocatoria esposizione del lettore che lei definisce “un diamante che brilla nella polvere” e la prego di pubblicare questa mia, non perché mi ritengo un oggetto prezioso, ma perché lo strato di polvere sta diventando una regola di vita, una piaga sociale che non ammette eccezioni, e a quanto ho imparato, la diversità dalla “norma” collettiva sconfina nella patologia. La ringrazio sentitamente e spero di poter ricevere un suo parere. A. G.

Risposta: Gentile lettrice, mi perdoni per il ritardo con cui rispondo alla sua lettera, che pubblico parzialmente e con riferimento ai suoi contenuti (da me ritenuti) di pubblico interesse. La sua storia personale riceve empaticamente il mio sostegno, di donna, di professionista, e probabilmente anche di “marziana”. Come potrei non condividere le sue riflessioni sulla vita, io che sostengo, da sempre, l’approccio dialogico, il contatto fecondo con se stessi e con gli altri? Esiste sicuramente la possibilità che il tempo fornisca a ciascuno di noi la risposta giusta al momento giusto, e anche in riferimento a ciò che, in una particolare fase della vita, sembra travolgerci. Ritengo che le persone animate da impulsi distruttivi siano spesso incapaci di prendere coscienza dei propri conflitti, ma ritengo anche che non si possa a lungo fuggire da se stessi. Il rifugio nel virtuale è senza dubbio un fenomeno di cui tener conto, un meccanismo spesso derivante da un’incapacità strutturale, perché è più facile ricevere approvazione e consenso quando si può selezionare l’area espressiva, accogliere o rifiutare un determinato contenuto, e comunicare seguendo i propri bisogni del momento. Nella vita, quella di tutti i giorni, le infinite sollecitazioni ambientali ci obbligano ad assumere l’impegno di una partecipazione attiva, a compiere delle scelte, ad entrare in sintonia o in aperto contrasto con qualcuno o qualcosa, in una dimensione reale. Ci sono scelte non procrastinabili, che, nel bene e nel male, conferiscono senso alla nostra vita nella misura in cui sono in grado di produrre effetti concreti. Effettivamente, si perde molto tempo a commentare l’ascesa o la caduta di altri, e non solo sui social network, mentre si dedica poca attenzione alle conseguenze provocate dalle proprie azioni, all’assunzione responsabile di se stessi. Il coraggio di vivere, a mio avviso, non si esprime attraverso il consenso o il dissenso manifestato attraverso un post né aggredendo inutilmente gli altri. Citando Göethe, “chi è nell’errore, compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza”. L’autenticità passa inevitabilmente attraverso quel dolore consapevole cui lei accenna, e non può prescindere da una contatto dialogico con gli altri. Che si tratti di vicinanza/distanza ideologica o affettiva, l’efficacia di una comunicazione rischia infatti di esaurirsi in una cornice virtuale, se non è supportata da evidenze concrete. Io non credo affatto che lo strato di polvere possa coprire totalmente, inesorabilmente, la fede e il coraggio di chi, come lei, non ha voglia di omologarsi. Non sono forse simili ai diamanti le azioni di persone che agiscono perseguendo una propria legge interiore, che sono in grado di guardare in se stesse anziché proiettare sugli altri i propri desideri o misconoscere le proprie frustrazioni? Io credo che la cosiddetta “normalità” non possa in alcun modo essere collocata in rigide classificazioni, ma mi piace credere nel valore dell’Individuo, che afferma se stesso secondo un principio di unicità, e sostengo la causa dell’agire responsabile che dovrebbe manifestarsi nel pieno rispetto di sé come degli altri. Ogni deviazione da questo principio, non fa che aumentare conflitti e stati di sofferenza. Forse la patologia si situa in quest’area.